Costruttori di pace


di Mons. Pasquale Maria Mainolfi

A Hiroshima, sul monumento che ricorda le 200.000 vittime della prima vampata atomica, è stato scritto: “Riposate in pace, perché non ripeteremo l’errore”. Le parole di Hiroshima sono, per ora, una colossale bugia. Facciamo in modo che diventino verità, almeno tra noi. È proprio su questo fronte che si giocano tutte le possibilità del cristianesimo! 
Nel discorso della montagna (Mt 5, 17-37) Gesù dice: “Avete inteso che fu detto agli antichi: non uccidere… Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio”. 
Con queste parole Cristo mette a nudo la radice di ogni violenza: l’odio. È l’odio che fa costruire le armi. È l’odio che fa prendere e usare le armi. Infatti non sono le armi, che uccidono, ma è l’uomo che uccide con le armi. Cristo con grande realtà, ci mette davanti il vero responsabile della violenza: l’uomo che odia. 
San Giovanni, nella Prima Lettera, arriva a dire: “Chiunque odia il proprio fratello è un omicida e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna” (1Gv 3,15). Qual è il ruolo del cristiano nel mondo? Essere luce del mondo! Le nostre comunità devono essere un modello di vittoria sull’odio. L’uomo è una potenziale fucina di rancori, ma il cristiano è chiamato a lottare, a vincere l’odio, a respingere l’odio convertendosi sempre al perdono.
Ed è innanzitutto in famiglia che si impara da subito ad amare e perdonare, o purtroppo a odiare. Molti giovani sono moralmente e religiosamente handicappati, perché è mancata loro l’esperienza di una famiglia valida. Giovanni Bachelet, figlio di Vittorio, dopo l’assassinio del padre ha 
detto più volte con ammirevole convinzione:
“Ora noi dobbiamo vivere il perdono che ci ha insegnato papà! “
La Costituzione Italiana all’Art.11, dichiara : 
“L’ Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni, promuova e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.
Il sostegno mediante invio di armi all’Ucraina è incostituzionale. Non esistono ragioni per una “guerra giusta”. Il dibattito si ripete puntualmente: ai tempi della guerra in Iraq, Kosovo, Afghanistan. Ma la Costituzione “ripudia” la guerra, sempre e ovunque, giuridicamente illecita. Per risolvere “le controversie internazionali” esiste l’arte difficile ma necessaria ed urgente della mediazione diplomatica.
L’insegnamento sociale cristiano, si mantiene identico nella sua ispirazione di fondo, collegata alla Rivelazione e alla verità della Persona umana. Gli elementi che garantiscono tale continuità sono 
“i principi” e i “valori” della dottrina sociale della Chiesa. La nozione di “principio ” sta a significare ciò che è fondamentale e primo, sia in senso razionale che causale. Il principio razionale è evidente e mai viene contraddetto dall’esperienza. I principi della dottrina sociale sono universali e permanenti. Tra questi valori, brilla il bene inestimabile della “Pace”.
In questo 2023 ricorrono 60 anni dall’ultima enciclica di Papa Giovanni XXIII, la “Pacem in Terris” che conserva anche nel presente la sua attualità.
Non è possibile poi dimenticare il passo principale del discorso pronunciato in francese da Papa Paolo VI il 4 ottobre 1965: “Mai più la guerra!”, in occasione del ventennale della fondazione delle Nazioni Unite. Con questo discorso il pontefice chiese ai rappresentanti di 116 nazioni presenti al Palazzo di vetro di New York di porre fine ad ogni guerra e ad ogni inutile spargimento di sangue.
La pace in terra è un anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi. Anelito particolarmente intenso oggi, perché la pace è stata violata in modo frequente e grave. Si parla molto di pace nel nostro tempo ma non si riesce a passare dai principi teorici e dalle aspirazioni generiche ad un autentico operare per la pace, a trovare i rimedi pratici per creare un’effettiva “civiltà della pace”. La pace è la “tranquillità dell’ordine” 
(Sant’Agostino, De Civitate Dei,19). È frutto della giustizia (Isaia 32). È l’effetto della carità (Gaudium et spes, 78). “La pace è la meta a cui aspira l’intera umanità! Per i credenti “pace” è uno dei più bei nomi di Dio, che vuole l’intesa di tutti i suoi figli” (Benedetto XVI). Pace e violenza non possono abitare nella stessa dimora. Dove c’è violenza non può esserci Dio. La pace è il dono più saliente del Messia
“Principe della pace” (Isaia 9). Nel suo nome i cristiani devono essere annunciatori e operatori di pace. La formazione alla pace implica il convincimento della sua “utilità” e la consapevolezza che i conflitti, comunque motivati, non vanno risolti con la violenza. Bisogna “costruire” la pace attraverso istituzioni “capaci di intervenire, per il conveniente arbitrato, nei conflitti che insorgono tra le Nazioni, sicché ciascuna di esse possa far valere i propri diritti e raggiungere il giusto accordo e la pacifica composizione con i diritti delle altre” ( Centesimus annus, 27). 
L’ instaurazione della pace tra persone, gruppi e nazioni è un impegno serio, personale e sociale. La pace “per tutti” è “opera di tutti” e deve essere una costante finalità prioritaria. Tutti dobbiamo intellettualmente convincerci che la pace è più efficace della violenza.
Cristo Risorto porta la pace e invia i suoi discepoli nel mondo come messaggeri di pace. Il falso irenismo desidera la pace a buon mercato, il fanatico cieco e impetuoso persegue la vittoria anche con l’impiego del rogo. Il discepolo di Cristo combatte la battaglia per la pace vera soltanto con le armi dell’amore. Lo zelo per la verità e la giustizia deve essere accompagnato dall’amore che tutto spera e tutto sopporta.
In ambito teologico, nel passato, si è persino formulata la cosiddetta teoria della “guerra giusta”, fino a benedire armi ed eserciti amici e a maledire quelli nemici. Vincendo la violenza, gli uomini realizzano il sogno divino espresso da Isaia: “Con le loro spade costruiranno aratri e falci con le loro lance; nessun popolo prenderà più le armi contro un altro popolo, né si eserciteranno più per la guerra” (Is 2,4). La situazione odierna è complessa ma insieme anche grave. L’umanità ha soltanto POCO TEMPO a disposizione per guarire dal pazzo sogno, che la guerra sia necessaria, e così evitare la imminente catastrofe. Mai come ora occorre pregare con le parole insegnate da Gesù: “E non ci indurre in tentazione”. La nuova situazione, che è sotto gli occhi di tutti, richiede un’attiva responsabilità per il futuro. La pace di Cristo, che abbonda nei cuori dei suoi discepoli, ha bisogno di diventare visibile nell’azione non violenta e nell’arte della riconciliazione delle forze contrastanti. 
Questo è anche il compito della politica, che Paolo VI amava definire “arte nobile e difficile, la forma più alta della carità.

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